Guerra e pace in Lucania – A Grumentum con Tito Livio, Virgilio, Orazio e Tibullo

di Francesco Agnellini e Gioia Zenoni – ArcheoFrame IULM

Cittadini di Grumentum, accogliete un forestiero che per giorni è stato in cammino per raggiungere la vostra città! Accoglietelo senza timore, perché egli viene da voi con le migliori intenzioni; accoglietelo con rispetto, perché egli viene per conto del nostro imperatore, Tiberio Giulio Cesare Augusto; accoglietelo con gioia, perché egli reca un dono come segno del suo affetto per voi: una statua della madre, l’augusta Livia Drusilla, bella come Venere e morigerata come Giunone.

Sì, cittadini di Grumentum, è l’imperatore in persona a mandarmi: Tiberio, figlio di Augusto, figlio del divino principe che ha portato una nuova età dell’oro nella penisola italica e in tutte le terre sotto il dominio di Roma! E proprio come il padre, proprio come cantò il poeta, il nostro Virgilio, anch’egli estenderà l’impero oltre i confini dei Garamanti e degli Indiani, nella terra che giace oltre gli astri, oltre le vie dell’anno e del sole, che il portatore del cielo e delle ardenti stelle, Atlante, fa girare sulle sue spalle. Al pensiero del suo avvento, fin da ora, i regni del Caspio rabbrividiscono per i responsi divini, mentre le sette bocche del Nilo s’intorbidiscono di trepidazione. Esultate, cittadini di Grumentum, perché l’Augusto beve con labbro vermiglio il nettare della pace, e vi invita tutti alla sua mensa. Oh, giorno sfolgorante di luce, oh giorno degno di essere celebrato!

Sono arrivato nella vostra città alle prime luci dell’alba, cittadini di Grumentum, e per preparare questo discorso così indegno dei doni che reco con me, ho pensato che la cosa migliore da fare fosse girare in incognito per le vie della città, nascondermi fra voi, osservarvi, ascoltarvi, per scoprire le vostre usanze. Già da lontano ho visto i segni della vostra prosperità, come il lungo acquedotto fatto costruire di recente, la possente cinta muraria che vi difende, il grande anfiteatro in cui assistete a mirabili combattimenti fra gladiatori.

Dopo aver reso omaggio ai vostri avi sepolti fuori dalle mura, sono entrato da una delle sei porte d’ingresso e ho percorso il comodo decumano lastricato fino a raggiungere il foro, fresco di ristrutturazione.

Ho passeggiato per il portico che lo delimita, ho sentito i discorsi assennati dei vostri giudici al di fuori della basilica e quelli dei decurioni fuori dalla curia, ho sacrificato agli dei nei vostri templi.

Una volta ristorate le stanche membra alle terme, con quel meraviglioso mosaico che ritrae Scilla, i tritoni, e svariate specie di pesci, ho ritemprato anche lo spirito assistendo a una commedia, seduto sui gradini in pietra del vostro nuovo, bel teatro.

Vi ho osservati, cittadini di Grumentum, ho osservato voi e la vostra città. Sapete cosa ho visto? Ho visto qualcosa che molti credono invisibile, ma che invece è visibilissima in ogni angolo del nostro impero. Ho visto qua ciò che ho visto altrove. Ho visto buoi passare per campi resi fertili da Cerere, marinai veleggiare per un mare pacificato, caste dimore non sporcate da alcuna colpa, costumi e leggi che domano ogni empietà. Ho visto la pace. La pace che coltiva i campi, la pace che conduce i buoi sotto il giogo ricurvo ad arare, la pace che nutre le viti e serba il succo d’uva, la pace luminosa ed invitta.

Io vengo a portarvi questi doni dell’imperatore, cittadini di Grumentum, ma mentre levate le braccia per riceverli, ascoltate le parole di questo straniero, ve ne prego! Non date per scontati questi miei doni, non date per scontata la luce abbagliante che promana dalla munificenza del nostro divino imperatore! Perché questa luce, se non la tenete viva, se non vivete in armonia nelle vostre mura come nei confini dell’impero, rischia di spegnersi! Le tenebre, le tristi tenebre che fanno arrugginire le armi del duro soldato con le lacrime dei suoi cari, sono sempre là, in agguato, come i leoni al di là dei nostri confini. Io temo, cittadini di Grumentum, che questo periodo felice vi abbia fatto dimenticare le sventure che sono state prima, e che molto probabilmente saranno dopo. La ruggine, le tenebre… non sono poi così distanti come credete. Quante spade e lance credete giacciano sotto ai nostri piedi, ormai arrugginite? Avete forse dimenticato delle cruente battaglie che si sono combattute qui, a Grumentum, durante la guerra contro i punici del generale Annibale? Avete dimenticato le importanti vittorie che qui hanno conseguito le forze romane contro i cartaginesi? Lasciate che vi rinfreschi la memoria, cittadini di Grumentum, grazie all’immenso lavoro compiuto da Tito Livio sulla fondazione di Roma e la sua storia. Lasciate, in particolare, che vi racconti le due grandi battaglie che coinvolsero Grumentum.

La prima avvenne nei medesimi giorni in cui da Cuma fu levato l’assedio. Qui, il console Tiberio Sempronio Longo sconfisse il cartaginese Annone e uccise più di duemila dei suoi uomini perdendo solo duecentottanta soldati. La seconda, se possibile, fu ancora più gloriosa, perché a venire sconfitto fu il nostro più valoroso avversario, Annibale. Il grande generale cartaginese marciava con i suoi soldati e i suoi temibili elefanti per il Salento, attraverso l’estremo lembo del territorio di Larino. Gaio Ostilio Tubulo lo assaliva con agguerrite coorti arrecando una terribile confusione nell’esercito invasore, e uccise quasi quattromila uomini prendendo nove insegne militari. Annibale fu costretto a ritirarsi e si diresse a Grumentum, qui in Lucania, con l’intenzione di conquistare la città che era stata ripresa dai romani. I romani, guidati dal console Claudio Nerone si recarono da Venosa nello stesso luogo e si accamparono a circa millecinquecento passi dal nemico. Il vallo dei punici dava quasi l’impressione di essere attaccato alle mura di Grumento, distante solo cinquecento passi. Una pianura si stendeva tra l’accampamento punico e quello romano; delle colline brulle sovrastavano il fianco sinistro dei Cartaginesi e il destro dei Romani, che però non erano preoccupati perché erano prive di boschi e di nascondigli per gli agguati. Claudio Nerone voleva trattenere lì il nemico, Annibale invece voleva allontanarsi, e per questo cercava di dare battaglia con tutte le forze. Allora il console, facendo sua l’astuzia del nemico, comandò a cinque coorti e a cinque manipoli di valicare di notte la cresta del monte e di nascondersi sulle colline, in modo da tendere un agguato al nemico. Egli stesso, sul far dell’alba, schierò tutte le sue truppe di fanteria e cavalleria. Poco dopo anche da parte di Annibale fu dato il segnale di battaglia e nell’accampamento si levò il grido di guerra dei soldati, che si precipitavano a dar di piglio alle armi. Poi i cavalieri e i fanti corsero attraverso le porte e, sparsi per la pianura, si affrettarono contro i nemici. Non appena il console vide i punici riversarsi fuori, ordinò di scatenare contro il nemico i cavalieri della legione con una carica quanto più travolgente possibile; erano così disseminati per la pianura come pecore, per essere sopraffatti e annientati prima ancora che si ponessero in ordine di battaglia.

Annibale non era ancora uscito dall’accampamento, quando gli venne contro l’urlo dei combattenti. E così, spinto dal frastuono, guidò rapidamente le truppe contro il nemico. Ormai il terrore della cavalleria aveva disorientato le prime file; anche la prima legione di fanteria e l’ala destra entrava in combattimento; i nemici in disordine combattevano contro fanti e cavalieri, a seconda di chi il caso ponesse loro dinanzi. A causa dell’intervento dei rinforzi, la battaglia si allargò e accrebbe del numero di coloro che si gettarono nella mischia. Annibale, in mezzo alla confusione, riuscì a riordinare le sue schiere, cosa non facile se non ad un esercito di veterani e ad uno sperimentato generale, se il frastuono delle coorti e dei manipoli che si precipitavano giù per le colline, udito alle spalle, non avesse suscitato la paura di rimanere tagliati fuori dal campo. Di qui si originò il timore e la fuga cominciò ad avvenire qua e là; e la strage fu meno rilevante perché la vicinanza dell’accampamento accorciò la fuga ai nemici in rotta. Infatti i cavalieri li incalzavano alle spalle; ai lati, di fianco, li premevano le coorti che discendevano giù dai pendii per una via aperta e facile. Nondimeno oltre ottomila uomini rimasero uccisi, più di settecento catturati, ci si impossessò di nove insegne militari, furono uccisi quattro elefanti e due catturati, sebbene il loro impiego fosse stato inutile in quella battaglia così improvvisata e disordinata. Dei vincitori caddero circa cinquecento fra romani ed alleati. Il giorno dopo il Punico rimase tranquillo; il Romano fatte uscire le truppe in campo, dopo aver visto che nessuno usciva con le insegne, comandò di raccogliere le spoglie dei nemici uccisi e di seppellire le salme dei suoi soldati, radunate in un sol luogo, qui da qualche parte, vicino a noi, attorno a noi, sotto di noi.

Annibale fu costretto a ritirarsi.

Come godere della pace e non darla per scontata, cittadini di Grumentum, se non si pensa alla guerra, alle libagioni di sangue versato, ai mucchi di cadaveri e alla muta testimonianza dei loro occhi spenti? Non con le lacrime dei superstiti fruttificano le spighe! Ma, come ricordò anche Orazio, “l’età di Cesare ha riportato messi ubertose ai campi e ha restituito al nostro Giove le insegne strappate dai suoi superbi templi; ci ha liberati dalle guerre e ha posto un retto ordine alla licenza che rompeva i freni, ha rimosso colpe e ha restaurato antiche arti, ha accresciuto il nome latino e la potenza e la fama d’Italia, ha esteso la maestà dell’impero da dove il sole sorge a dove il sole tramonta.” Vedete la luce, cittadini di Grumentum? Con Tiberio custode dello stato non furore civile o violenza scaccerà la pace, non l’ira, che acumina le spade e fa nemiche le misere città. Oh, giorno sfolgorante di luce, oh giorno degno di essere celebrato! Celebrate l’Imperatore non perché ha vinto le guerre, ma perché ha conquistato la pace.