La grande sete. Ostia antica attraverso le voci di Cicerone, Plinio e una bestia chiamata Roma

di Francesco Agnellini e Gioia Zenoni – ArcheoFrame IULM

Ascoltate le sagge parole di Marco Tullio Cicerone: non si avvicini al mare chi intenda fondare uno Stato duraturo! Quando il figlio di Marte, il principe Romolo, ineguagliabile per forza fisica e fierezza d’animo, vinse la città di Alba Longa, uccise re Amulio, e fondò la città che ancora oggi porta il suo nome – Roma –, la scelta più ovvia sarebbe stata quella d’insediarsi lungo la costa, alla foce del Tevere, per avanzare verso sud, nel territorio dei Rutuli. Perché Romolo fu così avveduto da evitare il mare? Perché sapeva che le città marittime in primo luogo sono esposte non soltanto a molti, ma anche ad inattesi pericoli. La terra ferma infatti preannuncia con molti indizi e quasi con un rimbombo e col suo stesso risuonare l’avanzata di nemici attesi o inaspettati! Invece il nemico per mare, con le sue navi, può sopraggiungere prima che si riesca anche solo a sospettare della sua venuta, e nemmeno quando arriva si capisce chi è, di dov’è e cosa voglia, se cioè venga con intenzioni pacifiche o sia invece un nemico armato.

Non si avvicini al mare chi intenda fondare uno Stato duraturo… gli uomini assennati sanno che le città marittime sono soggette a corrompimento e mutazioni dei costumi; vengono infatti a mescolarvisi nuove lingue e usanze e vi si importano non soltanto le merci straniere, ma anche le abitudini, e così nulla può permanere integro delle istituzioni dei padri. Del resto gli abitanti di queste città non restano attaccati alle loro sedi, ma sempre sono strappati dalle loro case da volubili speranze e progetti, e quand’anche vi restino col corpo, con la fantasia tuttavia sempre ne evadono e vanno vagabondando. Davvero nessuna cosa danneggiò Cartagine e Corinto, che pure ne avevano viste delle belle, come questo disperdersi e vagare dei propri cittadini, perché per il desiderio di vendere mercanzie e di navigare avevano abbandonato il gusto della campagna e delle armi.

Avete compreso? Non si avvicini al mare chi intenda fondare uno Stato duraturo… Perché anche le città ricevono dal mare molti dannosi allettamenti alla dissolutezza che si conquistano o importano; e la stessa amenità dei luoghi sollecita insistentemente il desiderio di lussuosità e pigrizia; la Grecia e le sue isole, cinte dalle onde, non fluttuano anch’esse con le istituzioni e i costumi delle loro città? E oggi sembra che una sorta di spiaggia greca quasi si sia giustapposta ai territori dei barbari; infatti dei barbari stessi nessuno precedentemente abitava sul mare, se non gli Etruschi e i Cartaginesi, questi per mercanteggiare e quelli per pirateggiare.

Ma oggi il mondo intero sembra essere diventato un vasto mare, e tutti i popoli imbarbariti stanno a guardare i vicini annegare, beandosi di stare sulla terra ferma mentre già l’acqua gli arriva alle ginocchia. No, Romolo davvero non era uno sprovveduto: come avrebbe potuto con maggiore ispirazione abbracciare i vantaggi offerti dal mare ed evitarne i difetti, se non fondando la sua città sulla riva di un fiume perenne, di volume costante e con un largo sbocco sul mare? Per suo mezzo la città avrebbe potuto ricevere dal mare ciò di cui abbisognasse, e mandare fuori ciò di cui sovrabbondasse, ed in modo tale da potere per mezzo del medesimo fiume non soltanto assumere per via di mare quanto fosse necessario al sostentamento e alla vita, ma anche riceverne le merci importate per via di terra. Per queste ragioni mi sembra che egli già allora abbia quasi divinato che un giorno questa città avrebbe fondato un grandissimo impero; perché nessun’altra città, situata in qualche altra parte d’Italia, avrebbe potuto ottenere così grande potenza. E Roma, specchiandosi dapprima nel Tevere – bevendo dalle sue acque – aveva grandissima sete di potenza, sete di gloria, sete di conquista… Non si avvicini al mare chi intenda fondare uno Stato duraturo… Certo, ma come può un grande stato durare senza questa sete?

Il Tevere, chiamato anticamente Tibris e prima ancora Albula, nasce pressappoco a metà degli Appennini, nel territorio di Arezzo, e divide l’Etruria dall’Umbria e dalla Sabina; poi, segna il confine tra Fidene, il Lazio e il territorio vaticano. È esiguo dapprima, non navigabile se le sue acque non sono raccolte in serbatoi e poi fatte uscire. Può un simile fiume dissetare un Impero? Dopo il Chiani aretino, invece, è ingrossato da quarantadue affluenti, ed aumentato anche dal non minor numero di acque e di sorgenti che gli acquedotti portano a Roma; quindi, navigabile ormai da imbarcazioni di qualsiasi grandezza provenienti dal mare Italico, e perciò mercante tranquillissimo dei prodotti di tutto il mondo, il Tevere, da solo, è popolato e ammirato da ville in numero quasi maggiore di tutti gli altri fiumi della terra. E a nessun fiume è consentito meno, racchiuso com’è tra le sue sponde; del resto, neppure esso tenta di lottare, anche se è soggetto a piene frequenti e repentine, e le inondazioni non sarebbero in alcun punto del suo corso maggiori che a Roma: anzi il fiume viene preso piuttosto come un vate ammonitore, e la sua crescita produce più spesso un timore sacro che un crudele terrore. Ma può, un fiume, pur maestoso, ricco e intimorente come il Tevere, dissetare un impero?

La risposta non può che essere negativa. Più acqua viene condotta nell’Urbe, più l’Urbe sogna il mare: ogni grande regno non può che sognare il mare. E a portare Roma al mare – secondo la tradizione – è Anco Marcio, il quarto re di Roma, che combatté i Latini, vinse non una ma due guerre contro la città di Veio, sconfisse i Volsci, ma soprattutto, vuole la leggenda, costruì il primo ponte di legno sopra il Tevere, e anche per questo fu detto pontifex, pontefice, costruttore di ponti. Solo un costruttore di ponti poteva intuire che anche il Tevere, in fondo, non era che un ponte, ma un ponte di acqua! E seguendolo, una volta arrivato alla costa, dovette capire che Roma aveva bisogno del mare per dissetarsi. Fondò Ostia, e finalmente Roma ebbe un porto: lo stato che voleva durare per sempre, per dissetarsi bevve acqua di mare… e la sua sete non fece altro che crescere.

Cosa può dissetare una città che costruisce un ponte per arrivare alla costa e, una volta giunta al mare, scopre che neppure l’oceano è abbastanza? Che la sete non accenna a placarsi? Che il mondo intero non può contenere i desideri dei propri uomini più illustri? Queste domande dovevano affollare la mente del condottiero Marco Vipsanio Agrippa mentre la sua flotta veleggiava nel mare greco, ad Azio, spinta dal vento contro quella di Marco Antonio e Cleopatra. Era il 2 settembre del 31 a. C.  Solo due anni prima era stato eletto edile, ed era riuscito a far valere una passione che forse sopravanzava anche quella per la strategia militare: l’architettura. E a cosa poteva servire la sua conoscenza, in tempo di pace, se non per tentare di dare da bere alla bestia assetata? Forse aveva intuito che il destino di uomini come lui poteva coincidere con quello di un impero: pace, guerra, ma soprattutto guerra; per terra, per mare, ma soprattutto per mare; e allora si parte, da Brindisi, da Ostia, ma soprattutto da Ostia; navigando tutta la vita, si soffrono la fame e la sete, ma soprattutto la sete. Tutto questo, Marco Vipsanio Agrippa lo aveva capito, e difatti come nessun altro tentò di dissetare la bestia: restaurò gli acquedotti più antichi e ne costruì di nuovi; a lui si devono l’Aqua Iulia e, molto più tardi, l’Aqua Virgo, il restauro e la ripulitura della Cloaca Massima, la costruzione di terme e giardini e della grandiosa opera destinata a sfidare i millenni: il Pantheon. Ma neppure tutta la sua munificenza era bastata a placare quella sete inestinguibile. Era stato richiamato nuovamente dall’amico Ottaviano e ora una nuova guerra civile andava combattuta, e vinta, per Ottaviano, per Roma. A questo forse pensò Marco Vipsanio Agrippa, poco prima dell’ennesimo scontro fratricida della storia della repubblica.

Ma una volta sconfitto l’avversario ad Azio, una volta piegati i nemici sul suolo italico, una volta insignito della palma del potere e fregiato del titolo di Augusto, Ottaviano ritenne di onorare l’impero che aveva costruito con una pace duratura. La bestia aveva bisogno di quiete per riprendere vigore e affrontare nuove sfide.

Ma una bestia più feroce si era annidata nel cuore di Agrippa, piegando ai suoi capricci proprio lui, il conquistatore per terra e per mare. Augusto, di cui era l’amico più fedele e l’alleato più valente, iniziava ora a dispiegare il suo piano assolutistico di gestione del potere. Un piano in cui Augusto era la mente e lui, Agrippa, nient’altro che il braccio. Un piano in cui ogni carica e ogni onore che gli veniva attribuito – se non addirittura imposto, come fu il matrimonio con la spudorata figlia Giulia – a null’altro servivano se non a portare acqua al mulino di Augusto. E queste cose il popolo di Roma le notava …

Come dissetare la bestia? Blandendo le male chiacchiere del popolo con i doni più brillanti e consegnando il presente all’oblio per i fugaci attimi di una rappresentazione teatrale, quando buffi mimi o attori col volto coperto da maschere comiche o tragiche fanno vivere l’illusione di una vita differente ai ricchi seduti nelle prime file come ai poveri seduti in cima alle gradinate, tutti a lustrarsi la vista con i marmi preziosi che fanno splendere l’orchestra, tutti in adorazione del loro benefattore, Agrippa.

A rendergli grazie tremila persone: una città intera e forse anche più, contando i forestieri di passaggio per i loro commerci, la cui provenienza e le cui corporazioni erano ricordate dai mosaici nel portico retrostante la scena.

Questo forse avrà pensato Agrippa progettando la costruzione del grandioso teatro in tufo in cui ci troviamo stasera. Un teatro che altri personaggi hanno voluto mantenere vivo e abbellire, ognuno cercando di dissetare chissà quale bestia. Le Horae volanti degli stucchi che decorano il portico sono personificazioni dello scorrere del tempo e ci ricordano come esso si sia improvvisamente fermato per l’imperatore Commodo, assassinato in una congiura. A completare il rifacimento del teatro in mattoni fu il suo successore Settimio Severo, che lo inaugurò nel 196 d.C.

Il più famoso prefetto dell’annona di Ostia, responsabile della gestione delle derrate alimentari, fu Ragonio Vincenzio Celso. Anche lui mise mano al teatro e vi fece erigere una statua di Roma, sul finire del quarto secolo d.C.: non passarono neanche cent’anni che l’Urbe capitolò di fronte a popolazioni sospinte da una forza e da un’ambizione che ormai più non le appartenevano.

La bestia, catturata dalla pietra, era ormai stanca e incapace di nuove sfide.